25 aprile 2011

La baia del Navàgio


Isola di Zacinto, il mare è deserto e ormai navighiamo da qualche ora. Sulla superficie immobile i gommoni avanzano con implacabile monotonia mentre la costa ci scorre di fianco in un susseguirsi di insenature dove le rocce riflesse sulla superficie del mare creano effetti ottici dai colori mutevoli, quasi una sorta di magnifico caleidoscopio creato solo per i nostri occhi.
Ad un tratto nella costa si apre la profonda ferita di una cala dove il mare si colora di un azzurro assoluto orlato, sul fondo, da una spiaggia di sabbia bianca. Le pareti che circondano la cala sono molto alte e il sole non è ancora arrivato ad illuminare direttamente l’interno; in lontananza lo spettacolo mi appare come una visione irreale: dove i contorni degli oggetti a terra sono sfumati dall’illuminazione diffusa mentre il mare per contrasto appare ancora più illuminato e vivo.




Entriamo e via, via che la distanza si riduce distinguo sulla spiaggia una macchia scura che contrasta con il candore della spiaggia, un battito d’occhi e la macchia appare per quello che è: il relitto di una nave depositata a riva dall’impeto delle onde.
Siamo entrati nella baia del Navàgio, immortalato da innumerevoli cartoline e foto pubblicitarie, ma la realtà che ci circonda è infinitamente diversa dalle immagini che ho visto fatte di colori urlati più per richiamare l’attenzione che per registrare una realtà evidente.




Siamo soli, sospesi dentro uno scenario fatto di immobilità irreale, non un rumore oltre al ronzio del fuoribordo, il mare è mosso dall’onda di prua, anche i colori non sono più quelli di prima e perfino l’azzurro del mare è diventato più freddo, quasi ostile.
La furia delle onde ha spinto la nave sempre più in profondità, all’interno della baia, fino gettarla sulla spiaggia, condannandola per sempre alla vista di tutti coloro che, nel tempo, sono stati più attratti dall’oggetto che dal fatto. La nave è oramai ridotta a patetico oggetto violentato dalle scritte di coloro che, immaginando di conquistare un frammento di immortalità hanno scritto il proprio nome e la data sulle lamiere corrose dalla ruggine.
Non posso fare a meno di domandarmi perché lo stesso mare che ha sempre accolto nelle silenziose profondità della sua quiete i relitti di tutte le navi che lo hanno attraversato ha qui negato la propria l’ospitalità a questa nave, quasi fosse colpevole di un reato di gran lunga peggiore all’arroganza della sfida di chi lo attraversa.




Mare che con la furia delle tue onde hai condannato quella nave allo scempio di un naufragio senza pace dimostra un atto di clemenza e utilizza la forza di quelle stesse onde per accoglierla finalmente insieme alle altre.


(ναυάγιο [navágio], il naufragio)






18 aprile 2011

Spiros e la sua barca


Creta, costa meridionale, siamo all’ormeggio al centro di una piccola cala; la superficie del mare è immobile e nella calura del primo pomeriggio sono sdraiato con la faccia rivolta verso il mare aperto. Gli occhi sono socchiusi per l’intenso riverbero del sole quando, scorgo in lontananza il profilo di una barca, la presenza mi appare subito strana, la zona, è frequentata solo da qualche altro gommone di turisti e poco più. Incuriosito continuo l’osservazione e dopo qualche tempo mi rendo conto che la barca è ferma, ma la distanza mi impedisce di capire il perché. Passa qualche ora e la barca mi appare sempre immobile all’orizzonte così, vinto dalla curiosità, decido alla fine di avvicinarmi per investigare. Il motore fuoribordo che ci spinge riduce rapidamente le distanze e, dopo poco, riconosco una barca con un solo occupante seduto al centro; un cenno del suo braccio e capisco che forse possiamo essere di aiuto. Arrivati sottobordo ci affianchiamo e riconosco la barca che ho visto spesso ormeggiata nel piccolo porto. Il mio sguardo percorre tutta la lunghezza della barca, il cui notevole stato di usura rivela tutta la sua età, l’attrezzatura da pesca è così ridotta al minimo da sembrare addirittura primitiva. Alzo gli occhi e guardo adesso l’uomo, la cui attività di pescatore è evidente dall’attrezzatura di bordo; non l’ho mai visto ne in porto, ne in paese: mi appare molto vecchio, i radi capelli in testa bianchi come la barba che risalta sulla pelle del colore del cuoio vecchio, conciato dalle infinite ore trascorse in mare sotto il sole.



“Kalimera”. Il mio buongiorno accompagnato da un largo sorriso rimbalzano sull’espressione immobile dell’uomo, quasi al limite dell’indifferenza, che ci guarda senza rivelare nessuna emozione.
Mi accorgo del motivo dell’immobilità del vecchio pescatore: dallo scalmo di dritta pende un pezzo di corda talmente vecchia da essersi lacerata rendendo impossibile l’uso del remo. Mi pare impossibile che sia questa la causa dell’immobilità ma, imbarazzato dalla mancanza di reazioni del pescatore, decido sulla base dell’evidenza.
Tendo così un lungo pezzo di sagola, recuperata in un gavone, guardando con gli occhi il penzolo di corda lacerata, il vecchio guarda immobile il mio braccio teso all’estremità del quale si trova la soluzione immediata al suo problema. Il breve indugio rivela un’incertezza interiore fatta di orgoglio e diffidenza, ma alla fine si decide allungando la mano verso la mia. Il pescatore guarda la sagola e da sotto una cassetta estrae un vecchio coltello sulla cui lama affiorano isolate macchie di metallo in un mare di ruggine, taglia un pezzo di sagola che comincia ad annodare sullo scalmo. Resto allibito dalla precisione con cui ha valutato la lunghezza da tagliare: non un solo centimetro in più. Terminata l’operazione mi tende il braccio per restituirmi la sagola avanzata, accenno un rifiuto convinto di fare un utile dono, ma, per tutta risposta, il braccio ha un guizzo, e mi dice: “kalà”: bene così, nei suoi occhi capisco che non accetterebbe niente di più dell’indispensabile. Il mio greco elementare rende impossibile qualsiasi forma di conversazione così penso che sia arrivato il momento di separarci; ma un attimo prima di cominciare a muovermi il vecchio pescatore afferra con la mano una maniglia del gommone e con l’altra si tocca il petto dicendo: “Spiros”, ci guardiamo per un lungo interminabile attimo e ripetendo lo stesso gesto dico: “Giovanni”. L’uomo mi guarda, annuisce e mi dice: “efcharistò”, “parakalò” faccio di rimando, dando fondo al mio limitato vocabolario di greco dove le parole “grazie” e “prego” sono state le prime a essere memorizzate.
Mentre ci allontaniamo mi volto, di tanto in tanto, e vedo il vecchio che rema senza fretta in direzione del porto, quasi che le ore trascorse immobile in mezzo al mare, in attesa di aiuto, non fossero mai passate.



L’incontro è presto dimenticato e i giorni di vacanza si susseguono fino al giorno della partenza; partiamo per l’ultima escursione e sulla prua del gommone,ormeggiato, troviamo il nostro pezzetto di sagola arrotolato con sopra una bellissima conchiglia, Spiros è riuscito a effettuare la riparazione con mezzi propri e mi restituisce il favore con un bellissimo dono. Vorrei cercarlo per ringraziarlo ma fino alla partenza non riesco a vedere ne lui né la sua barca.
Dopo alcuni anni, di passaggio in quella zona, mi volli nuovamente fermare nel paese, per rivedere, anche solo per poco, quei luoghi di cui conservavo un memoria così vivida. Molto era cambiato e nel porticciolo erano ormeggiate le molte barche dei turisti. Seduto al tavolo della taverna chiesi al vecchio proprietario, che forse mi aveva riconosciuto, notizie di Spiros. Scuoteva la testa dicendo che Spiros era un tipo strano: taciturno e schivo con tutti, partiva la mattina presto con la sua barca e tornava la sera tardi, quasi sempre senza aver pescato niente, quasi che la sua occupazione fosse quella di andar per mare e non pescare. Mi disse che un giorno di qualche anno fa, non vedendolo rientrare, erano andati a cercarlo ma che avevano trovato solo la sua barca vuota alla deriva.
La notizia mi riempie di una tristezza evidente, tanto che il mio interlocutore si allontana con una scusa banale; volgo lo sguardo verso il mare aperto e chiudo per un istante gli occhi, ed ecco che nella testa risento improvvisamente quel “kalà” pronunciato, anni orsono, da un uomo che guardandomi per un solo brevissimo attimo aveva visto in me lo stesso amore per il mare che egli stesso provava e mi aveva regalato un dono prezioso che anche lui aveva ricevuto in dono a sua volta.




Percorriamo la strada del ritorno, che corre alta rispetto al mare, guardo in basso in direzione del paesino e per un solo brevissimo attimo mi sembra di intravedere sotto la superficie del mare, in prossimità della costa, i resti sommersi di una barca, con la stessa velocità con cui è apparsa la visione, prima tanto nitida, scompare tra i riflessi della superficie liquida.
Chiudo gli occhi con la certezza che Spiros, il pescatore, e la sua barca sono ancora insieme.



11 marzo 2011

Tutti i colori dell’oscurità



Quanti colori ha l’oscurità?
Nessuno, è la risposta scontata alla domanda solo apparentemente superficiale, ma chiudete gli occhi, liberate le vostre emozioni e sull’onda dei ricordi ecco che, dall’oscurità, emergeranno i colori.





Inizialmente pallidi, istanti sbiaditi di una realtà dimenticata, sepolta nella profondità della vostra memoria.






Continuate, i colori acquisteranno forza se credete nelle emozioni, e dopo poco ecco che vedrete che i vostri sogni vi appariranno per quello che sono, un’esplosione di colori: rosso di passione, giallo di felicità, cobalto di serenità, ma non solo, vedrete anche tutte le mille sfumature delle emozioni che popolano i bellissimi sogni che solo voi siete capaci di creare.





La prossima volta che qualcuno vi chiederà quanti colori ha l’oscurità non rispondente, guardatelo con tenerezza: il vostro interlocutore non sa cosa ha perso.




5 marzo 2011

Era una notte buia e tempestosa



L’amico Gui ha deciso di ritirare personalmente la nuova barca direttamente al cantiere e immediatamente, saputa la notizia, mi propongo, entusiasta, come membro dell’equipaggio; sono conscio della mia scarsa esperienza di barche a vela ma confido nella benevolenza di Gui.
La strada corre veloce e nel tardo pomeriggio siamo a Marsiglia, con una certa trepidazione, varchiamo la soglia del cantiere, e la vediamo in acqua, all’ormeggio, è impossibile non leggere negli occhi di Gui la felicità di chi è perdutamente innamorato: non ci sono dubbi è un vero colpo di fulmine. Sfruttiamo le ultime ore di luce del tardo pomeriggio per un giro fuori dal porto, giusto per “prendere le misure” e vedere se tutto è in ordine; soddisfatti al rientro in porto comunichiamo la nostra decisione di partire all’indomani all’alba. Ma i tecnici del cantiere ci sconsigliano perché, sostengono, è previsto l’arrivo di una perturbazione che si allontanerà solo in serata. Il suggerimento è quello di rimandare la partenza al giorno successivo. Ognuno, però, ha impegni che non possono essere rimandati e poi la voglia di partire è tanta, quindi ringraziamo ma decidiamo di ignorare il consiglio. Dopo una notte trascorsa a bordo, nel tentativo di dormire, arriva l’alba e con essa l’atteso momento di mollare gli ormeggi.


La mattinata trascorre tranquilla e l’apparire di un timido sole ci induce a pensare che forse i suggerimenti alla prudenza erano eccessivi, ma nel primo pomeriggio le cose cambiano velocemente e verso la costa francese vediamo nuvole scure cariche di pioggia che, in breve, ci raggiungono. A metà pomeriggio cominciamo a ballare di brutto fra onde sempre più grandi, mentre la pioggia non ci molla un istante; nonostante le cerate l’azione combinata delle onde e della pioggia ci inzuppa fino alle ossa e il freddo è tanto. Al tramonto l’unico aspetto positivo è che la situazione non è ulteriormente peggiorata. Infine arriva la notte e, con essa, cominciamo a distinguere nitidamente i fulmini che cadono in mare illuminando l’orizzonte. Spesso un’onda scavalca la prua e l’acqua invade il pozzetto bagnando tutto ciò che era rimasto ancora asciutto. Ognuno di noi è ora solo in compagnia dei suoi pensieri che ti portano inesorabilmente a fare i conti con le proprie paure. Abbasso gli occhi, un fulmine illumina l’acqua che corre nel pozzetto e improvvisamente mi assale incontrollabile la paura di non farcela; vorrei urlare poi nell’oscurità il debole chiarore della bussola illumina il volto di Gui alla ruota del timone, riesco a distinguere la determinazione di chi sa che non deve mollare, forse la vita è anche avere il coraggio di mettersi alla prova. Nelle ore che seguono esortiamo, più di una volta, Gui a scendere da basso per riposarsi almeno un poco, ma tutte le volte la risposta è ripetuta con la medesima tranquillità: “Non ti preoccupare, per ora mi diverto, appena mi sento stanco te lo dico”.

Quella notte Gui non si è mai stancato e noi non abbiamo condiviso interamente lo stesso suo divertimento, ma se ripenso a quei momenti le emozioni sono tante e su tutte prevale vivido il ricordo della paura di non farcela, ma, tra le sue pieghe si intrufola anche la soddisfazione provata all’arrivo al porto di Viareggio e mi ritornano le parole della canzone:

“Capitano che risolvi con l'astuzia ogni avventura
ti ricordi di un soldato che ogni volta ha più paura
ma anche la paura in fondo mi dà sempre un gusto strano
se ci fosse ancora mondo sono pronto dove andiamo”.

Chiudo gli occhi e risento ancora il respiro del mare, la paura mi prende nel suo abbraccio, ma, in fondo al mio cuore, ho la certezza che quelle parole sono lo specchio di una realtà che ora sento più mia.




19 febbraio 2011

Mare nero



O mare nero, o mare nero, o mare ne...
tu eri chiaro e trasparente come me
o mare nero, o mare nero, o mare ne...
tu eri chiaro e trasparente come me.




Il sole quando sorge, sorge piano e poi
la luce si diffonde tutto intorno a noi
le ombre ed i fantasmi della notte sono alberi
e cespugli ancora in fiore 




sono gli occhi di una donna
ancora piena d'amore.



(La canzone del sole L. Battisti)




11 febbraio 2011

Le mie ragazze...




Hanno vent'anni in più le mie ragazze…….
……e sono sempre belle da morire
che di più belle al mondo non ce n'è:
belle di sogni, belle da stordire,
perchè le mie ragazze sono uguali a me.

(Le mie ragazze R. Vecchioni)








5 febbraio 2011

La felicità è....

La struggente emozione di un arrivo a lungo atteso….




Una partenza con la certezza di un prossimo ritorno….




L’incontro inaspettato con una stella marina timida….




Un passo di danza per una platea attenta….




Un abbraccio più caldo di una coperta….




La consapevolezza di una perfetta solitudine….




Un tramonto rosso di passione….



23 gennaio 2011

Fine d'estate

Frangersi di pensieri
sulla cresta delle onde


gore di salsedine
tracciano percorsi
sulla barca riversa


disegna sull'acqua
tragitti immaginari



chiudo gli occhi
repentino un battito d'ali
si fa presenza



tra gli schizzi della memoria
l'estate scivola via.



Un grazie di cuore all'amico Carlo Antonelli per avermi permesso di condividere la sua bellissima poesia.







In nome di Dio taglia

Sardegna, costa sud orientale, siamo all’ancora in una cala riparata e il tempo scorre piano, rallentato dall’immobilità del luogo; Giuli getta in mare minuscole molliche di pane per richiamare qualche pesciolino affamato, quando pronuncia un frase destinata a diventare storica: “Certo ci vorrebbe qualcosa di più adatto per pescare”. Rovisto di malavoglia nel fondo di un gavone per cercare un rotolo di nylon e qualche amo, con la certezza dell’inutilità dell’opera. Passo tutto a Giuli accompagnato da qualche semplice indicazione di montaggio e mi preparo ad assistere alla conferma delle mie certezze, che trovano inevitabilmente il pesce vincitore e il pescatore sconfitto, ma come si dice: in fondo è solo un gioco per passare il tempo. Ma la sconfitta brucia e Giuli mi restituisce l’attrezzatura visibilmente delusa, e io, nel tentativo di consolarla, mi metto a pontificare, da vero teorico della pesca: -La mollica di pane non tiene sull’amo, ci vorrebbe del formaggio e si potrebbero pescare le occhiate, però il bolentino a fondo non è adatto ci vorrebbe qualcosa per tenerlo in superficie; infine dovremmo allontanarlo dai gommoni per non spaventare i pesci, insomma ci vorrebbe un “palamito di superficie derivante!”-.
Giuli mi guarda seria incapace di capire se dico sul serio o scherzo e in mancanza di una soluzione certa mi risponde con un ironico: “Lo pensavo anch’io!”.
Sulla strada del ritorno ripenso al “palamito di superficie derivante” e a colazione, del giorno dopo, ho in testa il progetto con tutti i dettagli esecutivi. Così tra una tazza di latte e un caffè annuncio con enfasi: “Adesso realizziamo il palamito di superficie derivante!”. Tutti mi guardano perplessi e manifestano reazioni diverse: Ila mi ride in faccia senza ritegno, Giuli pensa che forse faccio sul serio, Pat in una sorta di ascetica rassegnazione pensa: “Tutte a me!” mentre Simo e Pie, avendo perso la dissertazione teorica del giorno prima, si guardano consapevoli che forse è meglio non sapere. Ho volutamente preso tutti di sprovvista e prima di scontrarmi con le inevitabili resistenze l’ingegnere che c’è in me prende il controllo della situazione e comincia a impartire ordini, con risoluta determinazione: “Portami due bottiglie di plastica, recupera il vassoio della carne di ieri sera, dove è finito il nastro adesivo?”. Giocare d’anticipo spesso funziona e tra un consiglio e un lamento ugualmente ignorati termino l’opera: alla fine un piccolo catamarano con un vassoio per la carne come vela, battezzato unanimemente “Occhiata I”, fa bella mostra di se sul tavolo di cucina.
Incredibilmente il manufatto assolve egregiamente il suo compito, tanto che alla fine riesce anche a catturare un’occhiata suicida guadagnandosi così un posto stabile in un gavone del gommone.

Preparativi per il ritorno: valige, vestiti, attrezzature da sub e attrezzature nautiche sapientemente amalgamate in un caos solo apparentemente controllato e alla fine arriva la domanda: “Cosa ne facciamo di Occhiata I?”. Una domanda ovvia, spesso ottiene una risposta di identica ovvietà: “La gettiamo nel contenitore della plastica, e tanti saluti!”. Naturalmente come progettista e costruttore sono fermamente contrario alla logica implacabile del “rifiuto differenziato”; cerco di argomentare che qualunque nave, per quanto piccola, non merita il disonore della demolizione, ma mi accorgo di non avere seguito e mi guardo intorno alla ricerca di qualcuno che dia credito alla mia tesi, quando i miei occhi incrociano quelli di Giuli, senza una sola parola, ho la consapevolezza che stiamo pensando entrambi alle stessa cosa. “Mettetela lì e domani mattina la sistemiamo prima di partire”, è la mia laconica risposta. Sarà stata la necessità di sbrigare faccende più urgenti o forse sarà stata l’abitudine di tutti alla mie “levate di ingegno”, ma le obiezioni che mi ero aspettato non arrivano e la cosa viene rimandata al giorno dopo.

Alle sei del mattino, pronti al viaggio di ritorno, siamo sulla banchina del molo di Porto Corallo, dove fino al giorno prima erano ormeggiati i gommoni; con grande cura Ila e Giuli provvedono ad ormeggiare Occhiata I al suo nuovo posto quando cogliendo tutti di sorpresa esclamo: “In nome di Dio taglia!”.


Istantaneamente dieci occhi assonnati mi guardano con un’aria interrogativa. Capisco di non potermi sottrarre ad una spiegazione e dico: “È la frase di rito che tutti i Direttori del varo pronunciano per autorizzare la Madrina al taglio della sagola che libera la bottiglia di champagne sul fianco della nave da varare”. “Volendo sorvolare sul fatto che non abbiamo una bottiglia di champagne e una nave” - replica immediatamente Pat, improvvisamente diventata esperta di cose marinare, ma - “A essere precisi questo non è nemmeno un varo ma solo un ormeggio”. A questo punto le mie repliche diventano vaghe e confuse suscitando sorrisi a stento trattenuti; per troncare la discussione dico, allora: “Era da sempre che desideravo farlo”. Pat improvvisamente rassicurata sulle mie capacità di raziocinio mi guarda con uno sguardo indulgente e mi dice: “Va bene Capo Varo leviamo gli ormeggi altrimenti perdiamo il traghetto, perché siamo già in ritardo”.


Sulla strada del ritorno cerco di immaginarmi il comprensibile stupore dei nostri vicini di ormeggio quando troveranno, al posto di due rispettabilissimi gommoni, un “aggeggio” galleggiante, per di più regolarmente ormeggiato. A stento trattengo un sorriso, pensando al lato comico della cosa, ma ho la certezza che nessun marinaio del porto getterà “Occhiata I” nel cassonetto dei rifiuti differenziati.

31 dicembre 2010

Vestivamo alla marinara



Viareggio, cielo coperto e libeccio teso, le nuvole si inseguono a bassa quota in una corsa senza fine, certo il tempo non è quello classico da vacanza al mare ma per Ila è sempre festa anche quando il sole è un desiderio; decidiamo quindi di andare sulla spiaggia per vedere le onde che scaricano rabbiosamente la loro furia sulla battigia deserta. Dopo qualche tempo però il vento riesce a strappare perfino l’entusiasmo di Ila nei cui occhi leggiamo una muta domanda: “Perché qui con questo tempo?”.
Il gioco è finito, solo il tempo per una foto rubata al volo e via a casa per una minestrina calda.
Gli anni passano e la foto finisce in un album insieme a tante altre, muta testimonianza di un piccolissimo frammento di vita vissuta, forse particolare per l’accostamento cromatico dei colori, ma niente di più; eppure quel giorno non  eri solo una bambina vestita alla marinara vicina ad un pattino di salvataggio, eri molto di più: la chiave per aprire la porta dei ricordi di un tempo passato.
Chiudo gli occhi e percepisco di nuovo l’odore della vernice fresca dei pattini pronti per la stagione, sento le urla di richiamo verso chi, sfidando i divieti categorici, si sedeva sul pattino di salvataggio; nella percezione di quel ricordo lontano perfino il vestitino alla marinara mi appare meno ridicolo.

29 dicembre 2010

Il cimitero delle navi morte


Costa occidentale greca: siamo di ritorno dall’isola di Itaca e nella luce del tardo pomeriggio la costa ci scorre alla nostra sinistra con monotona regolarità, quando, in fondo ad una ampia baia, vedo qualcosa di insolito che rompe la continuità della costa; la distanza non mi permette di distinguere i particolari e stimolato dalla curiosità penso che potrebbe valer la pena di ritardare il rientro per investigare con maggiore attenzione. Segnaliamo a Claudio, che ci segue a breve distanza, ed entrambi cominciamo ad accostare a terra per ridurre la distanza. Al termine della deviazione entriamo nella baia e vediamo lunghe file di vecchie navi ormeggiate bordo a bordo che attendono, divorate dalla ruggine, una improbabile partenza. Lo spettacolo che si presenta ai nostri occhi è decisamente inconsueto e a lento moto riduciamo le distanze entrando, a poco a poco, a far parte dell’irreale paesaggio.
Il rumore dei fuoribordo diventa un borbottio sommesso che evidenzia i rumori di sottofondo: gli schiocchi delle gomene di ormeggio che si tendono e gli scricchioli metallici delle strutture che si dilatano seguendo le variazioni termiche. L’acqua è immobile appena increspata dal lento avanzare dei gommoni e perfino il sole sembra scaldare meno di prima: siamo entrati nel cimitero delle navi morte.
Cedo la barra per scattare qualche foto, a futura memoria di un incontro a dir poco unico. Con l’occhio nel mirino l’isolamento dagli altri è maggiore, la mia visione si riduce al solo campo inquadrato e mentre osservo la scena inizio a pensare a quello che vedo.
Ho sempre pensato che l’uomo sia intimamente legato alla nave più di ogni altro manufatto da lui stesso creato. È infatti la nave l’unica che identifica in sé casa, mezzo di locomozione, luogo di socializzazione e lavoro. È la nave l’unico legame con la terra ferma durante le interminabili traversate. È la nave l’unico antidoto nel terrore della tempesta dove la furia dell’onda in arrivo arresta, ogni volta, il cuore per un lungo interminabile attimo. È la nave che riesce a catalizzare le capacità di ognuno nella certezza che il proprio errore può essere la morte per tutti. È stata infine la nave che, per prima, ha permesso all’uomo di scoprire la vastità del mondo e immediatamente dopo di accorciarne le distanze.
Per queste straordinarie capacità ho sempre considerato naturale che la sua ultima destinazione dovesse essere verso la profondità del mare.
È forse per questo che la vista di quelle navi ammassate, in attesa di essere tagliate in lamiere e avviate alla fonderia in omaggio ad una implacabile logica di profitto, mi suscitava inconsciamente un profondo senso di disagio.
Improvvisamente mi resi conto con chiarezza di dove mi trovavo: non ero entrato nel cimitero delle navi morte, mi trovavo in un posto di gran lunga peggiore: ero entrato nel cimitero delle navi dimenticate.


19 dicembre 2010

Oh Capitano, mio Capitano



Capitano che hai negli occhi il tuo nobile destino
pensi mai al marinaio a cui manca pane e vino
capitano che hai trovato principesse in ogni porto
pensi mai al rematore che sua moglie crede morto.



Capitano le tue colpe pago anch'io coi giorni miei
mentre il mio più gran peccato fa sorridere gli dei
e se muori è un re che muore la tua casa avrà un erede
quando io non torno a casa entran dentro fame e sete.




Capitano che risolvi con l'astuzia ogni avventura
ti ricordi di un soldato che ogni volta ha più paura
ma anche la paura in fondo mi dà sempre un gusto strano
se ci fosse ancora mondo sono pronto dove andiamo.
(Itaca L. Dalla)



 

7 dicembre 2010

L'isola che (non) c'è



Nord della Sardegna, Ila è già sveglia da qualche ora e abbiamo deciso di salpare di primo mattino per un giro tra le isole dell’arcipelago. Data l’ora il mare è deserto e ci godiamo la traversata in completa solitudine. Poco dopo la partenza Ila si addormenta avvolta nel suo giubbotto salvagente arancione, cullata dal rumore del fuoribordo e dal movimento liquido del gommone che scivola sul mare immobile come il cristallo. La costa scorre veloce alla nostra sinistra e in breve arriviamo in prossimità della nostra meta, ma Ila continua a dormire e non vogliamo interrompere il sogno che riusciamo a intuire nell’espressione del suo volto.
Per guadagnare tempo riduco l’andatura e cominciamo il periplo dell’isola sperando in un provvidenziale risveglio, l’andatura ridotta mi permette di accostare aiutandoci a cogliere i dettagli del paesaggio che ci scorre a lato, quando, nascosta da una punta, ci appare una piccola cala deserta: spiaggia bianca e acqua di una trasparenza irreale. L’appuntamento è di quelli da non mancare e Ila esce dal suo sogno e apre un occhio, ci guarda, ruota la testa, guarda la cala e voltandosi nuovamente verso di noi sorride: l’invito è chiaro e senza dire una parola accosto a terra.
Siamo ormeggiati e sbarchiamo le nostre cose: una borsa e un secchiello di plastica verde, inseparabile compagno di giochi di Ila.
Abbiamo la sensazione di essere estranei, non invitati, in casa d’altri e evitiamo di camminare sulla spiaggia per non contaminare l’equilibrio del luogo con le nostre orme, ma questa sorta di pudore irrazionale non contagia Ila che decide di gattonare sulla battigia; l’avanzare è incerto e dietro di lei, dopo il suo passaggio, la superficie levigata della sabbia ci appare martoriata dai solchi di profonde ferite. Ci guardiamo rendendoci conto di pensare alla stessa cosa e vorremmo prenderla per interrompere lo scempio del suo incedere da ruspa ma prima di arrivare ad attuare la nostra idea ci accorgiamo che il mare è stato più veloce di noi e la risacca della piccola onda cancella e livella i solchi; allora capiamo che come estranei siamo sicuramente non invitati ma forse benevolmente sopportati.
Il tempo scorre veloce passato a giocare sulla battigia e nell’acqua bassa ma senza mai valicare il confine dove tolleranza benevola si trasforma in dolore insopportabile, e presto arriva l’ora di rientrare, salpiamo l’ancora con la certezza che per tutta la vita ci ricorderemo dell’isola e della magia irreale della sua cala, e mentre il gommone scava un solco nel mare cobalto sorrido al pensiero che l’isola e la sua meravigliosa cala ci avrà certamente già dimenticato e non conserverà minimamente il nostro ricordo.



6 dicembre 2010

La leggenda degli apneisti

Molti anni orsono, su una spiaggia bruciata dal sole, incontrai un vecchio pescatore, sembrava aver vissuto mille anni, la gente del piccolo villaggio ricordava di averlo visto da sempre. Scoprii che condividevamo la passione per l’apnea e ci ritrovammo a parlare del mare e delle esperienze passate.
Il più bel momento passato insieme fu il giorno in cui mi confidò un grande segreto: la leggenda degli apneisti. Non mi raccontò come la leggenda fosse arrivata fino a lui ma quando pronunciò il nome di Dio lo guardai fisso negli occhi.
Egli continuò: “Così Dio consegnò a ciascun uomo un determinato periodo da trascorrere sulla terra, la fine di questo periodo era determinata dal numero di respiri donatici alla nascita. Ingiustizia, caso, destino, fortuna: sono tutte leggende che si perdono nell’oblio della notte dei tempi”.
E riprese:” Ma Dio dimenticò che l’uomo, che aveva appena creato, avrebbe imparato un giorno ad immergersi e rimanere così senza respirare. Fedele alla sua parola si impegnò a restituire, ad ogni apneista il numero di respiri che erano stati risparmiati stando sott’acqua”.
I suoi occhi si illuminarono quando terminò il suo racconto, affermando che solo gli apneisti erano in grado di riportare indietro le lancette del tempo. Senza preoccuparsi del mio stupore continuò: “Certo c’è un po’ più di lavoro da fare: ricordarsi delle discese effettuate da ciascuno, calcolare il tempo passato sott’acqua, riprendere la propria lista ed aggiungere i respiri trattenuti. Ma questi uomini devono avere qualcosa di speciale altrimenti li avrebbe trasformati in delfini già da molto tempo”. Poi mi sorrise con aria complice ed aggiunse: “Conosci forse un altro uomo che si complica la sua vita per divertirsi se non ne vale la pena ?”.